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San Camillo de Lellis: la storia del protettore dei malati
«Il mio nome è Camillo... Amo presentarmi con due brani biblici:
«Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto. / Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno. / Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente» (Salmo 145,14-16).
E «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Matteo 5,7).
Io sono l’esempio vivente di cosa operi Dio in chi gli consente di irrompere nella sua vita. Egli può creare il miracolo: da una vita randagia e dissoluta alla santità e... alla fondazione dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi.
Sono nato nel 1550 a Bucchianico, in provincia di Chieti, da un ufficiale di nobile famiglia e da una madre avanti con l’età. Vivace e irrequieto, ho imparato a leggere e a scrivere, senza fare tanti progressi nel campo del sapere. Quando ebbi 13 anni morì mia mamma, donna di fede, che mi aveva educato secondo i valori cristiani. Ma... a quei tempi, io mi abbandonai a vita vagabonda. Nel 1568 mi arruolai, al seguito di mio papà, nell’esercito veneziano in lotta contro i Turchi, ma rimasi orfano anche di padre. Frequentando i soldati, ne imparai linguaggio e passatempi, fra i quali il gioco delle carte e dei dadi. Privo di risorse fui costretto, per colpa di un’ulcera varicosa alla gamba destra, a cercare cure gratuite all’ospedale di San Giacomo degli Incurabili, a Roma. Dopo un mese, però, da quel posto fui allontanato a causa della mia passione per il gioco delle carte. Fisicamente ero un gigante, alto quasi due metri. Un gigante di buon cuore.
Da Dio, ai malati
Parzialmente guarito, pensai che convenisse arruolarmi come militare mercenario e fui assoldato dalla Spagna, per combattere prima in Dalmazia e poi a Tunisi. Congedato nel 1574, persi ogni avere al gioco. Dovetti mendicare finché trovai lavoro come manovale nella costruzione del convento dei Cappuccini di Manfredonia. Lì avvenne la mia conversione nell’anno 1575. Decisi di abbracciare la vita cappuccina. Io, discendente da famiglia nobile, avrei dovuto occuparmi dei più umili uffici della comunità.
Ottenni di vestire l’abito, ma dopo qualche mese l’ulcera varicosa alla gamba si riaprì. Dovetti così ritornare al San Giacomo degli Incurabili dove maturai la mia vocazione. Rifiutato dai Cappuccini, decisi di consacrarmi come infermiere al servizio dei malati, sotto la direzione di San Filippo Neri (+1595), l’apostolo di Roma.
Dal momento che il personale infermieristico era reclutato, in genere, tra gente rozza e incapace, fin dal 1582 pensai di riunire in una associazione compagni che, come me, si dedicassero alla cura dei malati. Un primo tentativo fallì per l’incomprensione dei direttori dell’ospedale. Mi convinsi allora che era necessaria una famiglia religiosa indipendente. Per raggiungere lo scopo era necessario che, a 32 anni, mi rimettessi sui banchi di scuola e frequentassi, presso il Collegio Romano, i corsi di San Roberto Bellarmino e di Francesco Suarez, pur continuando a visitare e a curare i malati.
Nel 1584 potei celebrare la mia prima Messa. Fondai l’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, noti con un nome legato al mio: Camilliani. Morii il 14 luglio 1614.
Maestri di vita
Fu così che un povero uomo illetterato fu ordinato prete solo per i meriti acquisiti “sul campo”, diventando - di fatto - il fondatore della assistenza infermieristica moderna, il cui messaggio si trova nelle Regole per ben servire i malati, una preziosa testimonianza di tecniche infermieristiche finalizzate al benessere di chi soffre.
Nella vita di Camillo de Lellis si rivela l’importanza della figura positiva della madre, che seminò in lui la nostalgia del bene e di un rapporto bello e intimo con Dio. E a disseppellire, a distanza di anni, i preziosi insegnamenti della madre, contribuirono gli incontri di Camillo con validi maestri di vita: i Cappuccini, san Filippo Neri e... i malati. Un grande maestro di vita fu per lui il dolore: l’esperienza della sofferenza vissuta sulla propria pelle e la percezione della fragilità di chi deve dipendere dalle cure altrui gli diedero l’impulso a intervenire per rendere più lieve il dolore degli altri.
Preghiamo
Grazie, Padre, che mi sproni a passare dalle opere di misericordia corporale alle opere di misericordia spirituale, testimoniando con semplicità e fermezza che siamo tutti ammalati, in modi diversi.
Perdonami, Signore Gesù, perché - pago della mia salute, ebbro dei miei successi, preoccupato di “salvare il mondo” - troppo spesso non mi rendo conto che la malattia (fisica e psichica) è la più grande povertà che possa colpire una persona. Il malato è un povero perché ha bisogno di tutti. La malattia può diventare devastante sotto molteplici aspetti. Può far perdere la speranza nel futuro e far bestemmiare contro un Cielo che rimane muto al grido di dolore.
Spirito Santo, aiutami a mettermi più seriamente e concretamente sulle orme di Gesù, di Camillo de Lellis e di tutti quei cristiani - laici e religiosi - che cercano i sofferenti, li incontrano, dialogano con loro, si fanno carico dei loro bisogni. Essi imitano Cristo, Guaritore ferito, che si fa Buon Samaritano per tutti i sofferenti nel corpo e nello spirito. E tutti guarisce con le sue piaghe.
Valentino Salvoldi
MISSIONE SALUTE N. 4/2026 - 23
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