La Casa di Cura San Camillo: le origini e il percorso fino ad oggi

Il San Camillo di Cremona: il risultato di un lungo lavoro e di una passione immutata nel tempo 

Quello che vedete oggi alla Casa di Cura San Camillo è il frutto di un lavoro meticoloso che si basa su principi ben radicati e ormai imprescindibili. Il modo in cui ci approcciamo ai pazienti, l’accuratezza delle nostre terapie, la qualità degli apparecchi, l’empatia con cui accogliamo i malati sono i pilastri della nostra Casa di Cura. 
Abbiamo deciso da tempo di modellare un connubio tra professionalità e umanità, semplicemente perché crediamo che sia questo il modo giusto di far funzionare il San Camillo: ascolto e terapia, accoglienza e professionalità tecnica

Puntiamo ad offrirvi sempre un servizio ottimale, secondo l’ottica cristiana dell’aiuto incondizionato nei confronti dell’altro.

Come ogni realtà ben funzionante e dedita in maniera accurata al lavoro che svolge, il presente del San Camillo non sarebbe potuto essere così efficace senza un passato di duro lavoro, voglia di fare, e ambizioni altissime

Il nostro scopo è sempre stato quello di mettere tutto il cuore che avevamo nelle mani che curano i nostri pazienti, così come ci ha insegnato San Camillo de Lellis.

Il viaggio che ha segnato il punto di partenza

Tutto inizia con un viaggio.


Il viaggio di Padre Endrizzi, per la precisione, che nel 1902 si precipita da Cremona a Verona per richiedere i permessi necessari alla vendita della casa di cura di Via Colletta.
Quella di Via Colletta è una casa di cura che, grazie ai finanziamenti e all’impegno di Mons. Bonomelli, funziona con precisione e diligenza. Tre padri, nove fratelli e un postulante la tengono in vita e si occupano lì di assistere sacerdoti anziani bisognosi di cure.
Bisogna però allargarsi, estendere i confini, diventare luogo di accoglienza per più persone.
Ecco allora padre Endrizzi.
Ha appena finito di ristrutturare l’edificio in via Colletta quando gli arriva la proposta di acquisto. A contattarlo è la Commissione del ricovero di mendicità, il cui istituto confina esattamente con i padri Camilliani. 
Padre Endrizzi non ci pensa due volte, sceglie di vendere: parte e torna da Verona vincitore, impugnando documenti e permessi approvati.

Il trasferimento in Via Mantova

Il 21 luglio del 1902 si firma il contratto per spostare la casa di cura in via Mantova. Esattamente dove la troviamo oggi. L’inaugurazione è il 26 febbraio 1904.

Ora, come succede spesso con le ambizioni a cui si vuole parecchio bene, bisogna faticare un po’ prima di vederle concretizzarsi.
I problemi fanno capolino uno dopo l’altro: il costo finale supera il preventivo, via Mantova risulta difficile da raggiungere, perché non asfaltata e quindi impraticabile nella stagione invernale, alcuni pagamenti vengono sospesi proprio durante la costruzione della sala operatoria.
Insomma, un bel po’ di scocciature, tant’è che nel 1911 si inizia anche a ipotizzare di vendere la casa di cura, magari per affittare un piccolo spazio altrove, ma l’idea si spegne nello stesso anno.
La casa di cura sceglie di gestire le difficoltà con un categorico “rimarremo qui” di Padre Rebuschini.

Padre Rebuschini

Entra a far parte dei Camilliani a soli 27 anni. Arriva a Cremona nel 1899. Si occupa della dirigenza della Casa di Cura per 19 anni. Muore proprio tra le mura del San Camillo, dove ancora oggi è custodito il suo corpo.
Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato nel 1997.

Durante i suoi anni di lavoro, Padre Rebuschini prende nota di tutto quello che succede sotto la sua supervisione, creando un vero e proprio diario di bordo. Dopo la morte di ogni paziente, Padre Rebuschini scrive, anche solo qualche riga, per continuare a ricordarlo nel tempo. 
Questo profondo rispetto nei confronti di chi si spegne all’interno della Casa di Cura è l’esempio più evidente di un tipo di considerazione estrema nei confronti dei malati. Sono su basi come queste che il San Camillo si è formato: il rispetto per chi entra dalle nostre porte è rimasto invariato nel tempo. Puntiamo sempre all’eccellenza e abbiamo sempre come primo obiettivo il benessere del paziente, sia da un punto di vista medico, che umano

Il San Camillo durante le guerre mondiali: il piano di emergenza e il primo soccorso

Quando la guerra mondiale fa arrivare in struttura soldati moribondi, gli appunti di padre Rebuschini si fanno un po’ più sofferenti, e scriverli significa toccare eventi e persone che non sono più circoscritte alle mura della casa in Via Mantova:

“Alle sedici spirava per setticemia il buon giovane ventenne Macchi Angelo. Fu spettacolo dolorosissimo, che costrinse a pensare all’enorme rendiconto che dovranno rendere a Dio coloro che vollero questa orribile guerra.”  


Questa orribile guerra, difatti, insieme alla seconda che seguirà, cambia totalmente l’assetto della casa di cura. Basta dare un’occhiata a un paio di dati: il primo ferito della guerra arriva l’11 giugno 1915. Due giorni dopo sono già 150. In quasi quattro anni di guerra, i feriti curati sono 5.249.
Nel 1943 il S.Camillo entra nel piano di emergenza in caso di bombardamenti, come posto di primo soccorso.
Nel dopo-guerra la struttura si espande, viene creato il nuovo poliambulatorio e si attuano le convenzioni con vari enti assistenziali. 

L’eredità del San Camillo: la Casa di Cura oggi e la direzione di Padre Bebber

Oggi la struttura possiede strumenti e macchinari tra i più moderni, assicura un servizio sempre efficiente, aperto a tutti. Si è specializzata, perfezionata.
Esattamente come alle origini, la Casa di Cura ha come nucleo la persona umana nella sua globalità, in tutti i suoi bisogni e debolezze.


Chissà se Padre Endrizzi immaginava tutto questo mentre tornava stanco e soddisfatto da Verona, e chissà cosa potrebbe appuntarsi oggi padre Rebuschini, se potesse vedere cos’è diventata quella piccola casa di cura di cui si è occupato fino alla morte. Forse si meraviglierebbe, davanti alle nuove macchine, alla modernità, all’organizzazione che col tempo ha reso la struttura un vero e proprio ingranaggio ineccepibile


Non si stupirebbe, però, nel vedere la dedizione e l’operosità con cui si lavora. Stringerebbe la mano di Padre Bebber, che si occupa adesso della direzione del San Camillo con gli stessi ideali che hanno portato la Casa di Cura ad essere l’eccellenza che è oggi.

Probabilmente si ritroverebbero ad osservarla insieme e, di certo, Padre Rebuschini la troverebbe uguale a quella degli inizi: la stessa generosità, lo stesso impegno cristiano con cui ci si preoccupa dell’altro, senza limitazioni, in profonda empatia di chi necessita non solo di cure mediche, ma anche di un sostegno affettivo, emotivo, umano.

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